

Cosa ho visto al Due Castelli

2025-02-28
Tutti a parlarne, pochi a raccontarlo. Quest’anno abbiamo deciso di andare a vedere cosa sia questo Rally Day Due Castelli, descritto da tutti come una grande festa irrinunciabile e da alcuni come la pietra d’angolo su cui in Italia dovremmo ricostruire il nostro rallismo. Spoiler: no, o almeno non del tutto.
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Niccolò Budoia
Al nostro arrivo ci ha accolto l’assistenza, caotica a dir poco. Nessuno aveva assegnato ai vari concorrenti alcuno spazio nel service, con il prevalere della filosofia del “chi prima arriva meglio alloggia” che ha portato alcuni team a dover lavorare al buio dopo il tramonto e soprattutto sul terrazzamento di un campo, in un parcheggio in ghiaia rialzato, incastrando i camion (che l’organizzazione, consapevole del problema-spazi, aveva chiesto di non portare). La direzione gara e l’intero quartier generale era ospitato in un ristorante, senza alcuna sala riservata.
Però è emerso subito il carattere di festa, quello che ha conquistato quest’anno 120 equipaggi di cui una settantina italiani. I tre bar e ristoranti attorno all’assistenza hanno lavorato sostanzialmente a ritmo continuo e con orario continuato, mentre al riordino la pizzeria-vineria-ristorante che faceva da main sponsor alla gara si era organizzato con una pizzeria e bar mobile.
Dopo lo shakedown nel crossodromo di Gambetici, sabato, si è arrivati alla partenza. E ai primi problemi operativi. Il palco partenza, allestito all’interno dell’assistenza, ha visto una fila interminabile di auto incolonnate e bloccate le une dalle altre, che sono salite senza alcun ordine sul palco prendendo il via della gara seconda una precedenza stabilita sul posto, dettata soprattutto dall’esigenza di non bloccare il service park costasse quel che doveva costare.

Domenica la gara. Le vetture non avevano in dotazione il tracking, cosa che ha creato qualche problema ad alcuni piloti che si sono imbattuti in incidenti durante le prove speciali. Proprio alcuni di questi botti, insieme a un numero di commissari neanche paragonabile a quello italiano, hanno causato ritardi enormi: il primo giro si è concluso con un ritardo di un’ora e mezza, suppergiù, il secondo è stato dimezzato e sarebbe finito presumibilmente con un ritardo di un paio d’ore o una mezz’ora di più ancora. Il problema? Le quattro speciali che componevano ogni giro di prove si correvano su un’unica strada: a fine prova le vetture venivano incolonnate e lo stop della seconda speciale funzionava anche da ingresso riordino: lì i concorrenti aspettavano, a oltranza, che arrivasse anche l’ultima vettura, quindi i cronometristi avrebbero modificato le loro postazioni per diventare gli uni start e gli altri fine prova. In una situazione di questo tipo, ogni minimo ritardo è semplicemente irrecuperabile e, insieme a un numero di vetture (120) probabilmente insostenibile da questo genere di corsa, alla fine piloti e navigatori hanno dovuto rinunciare a quasi 13 dei 55 km in programma. Non c’erano trasferimenti: sarebbe stato impossibile per alcuni prototipi stare in strade aperte al pubblico.
Tralascerò l’aver visto un commissario che dormicchiava durante la quinta prova, con una postazione particolare: lungo rettilineo, destra cinque dossata, gente in esterno curva che assisteva beatamente. Il commissario non ha chiesto loro di spostarsi, né lo hanno fatto gli apripista. In Italia la prova non sarebbe nemmeno partita, e probabilmente qualcuno avrebbe spiegato a quegli spettatori come il loro disprezzo per la vita soverchiasse il consentito. Sia chiaro: sarebbe stato giusto.
Capitolo apripista: una vettura iscritta alla gara non ha passato le verifiche perché mancavano gli specchietti e il lunotto posteriore. Ha fatto il “triplo zero”.
Anche l’arrivo ha avuto qualche problema. La cerimonia era prevista dall’RPG per le 19, ma è stata anticipata alle 17. L’assenza di una circolare informativa ha prodotto una situazione paradossale: sul palco sono saliti i terzi, Adriano Scalcon e Andrea Budoia, e i primi assoluti, Alberto Battistolli e Simone Scattolin. Quindi gli organizzatori hanno chiamato gli altri della top ten (più o meno, perché una buona parte era già andata a casa), perché i secondi (Manfred Stohl e Michaela Markl) erano andati in albergo a cambiarsi pensando di avere tutto il tempo del mondo. Hanno fatto aspettare loro malgrado per una ventina di minuti.
In conclusione, questa gara è tutta da buttare? Assolutamente no. La possibilità accordata a vetture FIA come quelle del cross country e alle storiche di correre insieme alle vetture da rally moderne mi pare francamente interessante, e volendo replicabile. Certo, ci sarebbero problemi per quanto riguarda le condizioni in cui si ridurrebbero le strade, ma già ora CIRT, CIRTS, CICC e SSV corrono a volte sulle stesse prove. È stato bello anche il clima di condivisione che ha permesso la realizzazione di una gara rilassata e divertente, fatta di prove estremamente veloci anche se a detta di molti e molto navigati fin troppo pericolose e che sarebbe bastato poco (qualche rotoballa, la protezione di qualche albero) per rendere già più accettabili.
La passione che caratterizza gli organizzatori è enorme. Solo questa avrebbe potuto suggerire loro un rally del tutto anomalo, particolare sotto ogni aspetto, caratterizzato dalla continua e ossessiva ricerca di soluzioni a ogni problema che potesse mettere in pericolo la possibilità di gareggiare. Quella passione, quel coraggio, vanno sottolineati e applauditi: la prima edizione, nel 2018, ha registrato 26 iscritti, e ancora nel 2022 dopo lo stop imposto dal Covid hanno corso 49 vetture appena. Che cosa, se non la passione, ha consigliato alla scuderia di continuare a provarci? Questo non va dimenticato.
Ma è trasportabile in Italia quel modello? No, e non certo per colpe della federazione: l’attenzione fin troppo trascurata a ogni aspetto in qualche modo correlabile alla sicurezza è il macroproblema, ma non il solo. Per correre ognuno dei concorrenti ha pagato 400 euro, ma per avere in cambio nella sostanza solo la possibilità di entrare con le macchine da gara nelle prove speciali. I tempi di attesa più che biblici, gli spazi in assistenza completamente da inventarsi, la necessità costante di controllare i tempi assegnati dai crono, l’assenza addirittura di un qualsiasi sistema di tracking sono cose che davvero in Italia non potremmo accettare, a patto di tornare a situazioni stile anni Settanta più che Ottanta. E insomma, forse anche no.
È vero che spendere 720 euro per correre un nazionale non titolato in Racing Start vuol dire mettere sul piatto una montagna di soldi, ma non basta abbattere le spese di iscrizione per risolvere improvvisamente ogni problema. Per dirne una, tema assicurazioni: ogni concorrente al Due Castelli doveva averne una che coprisse morte (massimale di 6.636,14 euro) e disabilità permanente (massimale 13.272,28 euro). Ma se i danni fossero stati valutati maggiori? Se i danni avessero riguardato cose o persone terze? È un rischio enorme quello che ci si assume in questo modo. Siamo sicuri di volerlo accettare?
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